10 aprile 2013

10 aprile 2013. Fine giornata.
Dopo i saluti, gli abbracci, le conversazioni mai banali e irrisorie coi presenti, si torna a casa.
Chiunque sia stato a Livorno, per le commemorazioni dell’anniversario del Moby Prince, conosce questa sensazione.
Conosce quel senso di svuotato disorientamento proprio del ritorno.
Quasi la difficoltà a mettere etichette, parole, dietro a quell’esperienza.

Questo 10 aprile 2013 ha segnato una svolta. Con più persone ho condiviso questa valutazione. Questa sensazione di un’energia diversa.
22 anni dopo la strage del Moby Prince, la lotta é appena iniziata.
“Appena” non come sconfortante segno di una sorta di percorso dalla temporalità infinita.
“Appena” come segnale di una storia ancora aperta e di energie votate alla sua conclusione.

Tante immagini, tante situazioni da descrivere, ma poca l’attenzione che sento di potervi richiedere.
Allora una sintesi, un’estrema sintesi in tre atti.

Atto primo. Loris, ancora
Questa sede, inaugurata oggi, é una vittoria di Loris. La sua lunga, instancabile, azione per ottenere giustizia: se non altro la giustizia di vedere riconosciuto dalla città di Livorno, dalla sua Amministrazione, il diritto alla presenza, stabile.
Per le altre forme di giustizia invece, nella commozione di chi conosce da di dentro la storia del suo attivismo, resta quella sua frase, detta al microfono della sala consiliare davanti a qualche centinaio di stipati presenti:
“Volevo chiedervi scusa perché in ventidue anni non sono riuscito a far ottenere una sentenza di verità”.
Nel frattempo Loris però raccoglie le promesse di azione della politica: quella del nuovo presidente del senato Grasso, che già nel suo discorso di insediamento aveva citato la necessità di garantire risposte ai familiari delle vittime di stragi ancora “senza verità”, alla presidente della camera Boldrini. I due input indispensabili per dare vita alla prima commissione parlamentare d’inchiesta sulla vicenda Moby Prince, in ventidue anni.
Qualche ora più avanti altre due immagini, due finali.
Quello scritto di una commozione dopo il lancio delle rose in mare, dopo ventidue anni. Le lacrime di quella difficoltà, sempre repressa, nel dare merito e conto a 140 nomi di chi non c’è più.
Quello da scrivere, quando incamminatosi verso Angelo dà inizio alla nuova storia di questa lotta.

Atto secondo. Angelo e la rosa
Gabriele mi raggiunge, accanto al portellone aperto di una nave che suppongo in attesa di volgere la prua verso Capraia. Alcuni gradini sotto di noi c’è una scena che non posso, a suo corretto parere, perdermi. D’altronde l’avevo già notato in precedenza: Angelo, quest’anno, é venuto. Angelo é stato al corteo, ha ascoltato Loris leggere i nomi ed ha realizzato, per la prima volta, un ultimo gesto.
Lo vedo incamminarsi verso la banchina con sotto braccio un’alta ragazza bionda, Samantha Sciacca la figlia del primo ufficiale della Moby Prince. Angelo si avvicina allo specchio di mare dove molte rose stanno già segnando il saluto d’affetto, il ricordo, di altri familiari.
Non vedo, ma deduco. Una rosa cade in mare lì davanti.
Angelo osserva. Per la prima volta in ventidue anni é lì.
“Hai fatto un gran gesto” gli dico abbracciandolo. “Mi conosci io non sono per queste cose …” mi risponde cercando la solita via d’uscita dalle situazioni ad alta capacità di scavare nella sua coltre emotiva.
“Proprio perché ti conosco. Questo gesto é servito a te, si può cambiare Angelo … ed é servito a tutti. C’è un’aria nuova oggi. Forse é arrivato il tempo giusto”.
Lui sorride. Mi abbraccia. Accanto a me si avvicina Nicola, Nicola Rosetti.
“Ciao, io sono Nicola Rosetti, figlio di Rosetti, ufficiale di macchina”.
Angelo si apre. Lo abbraccia con un’aura di fraternità che forse, per la prima volta, sta imparando a cogliere in questa giornata di ricordo.

Atto terzo. La stampa
Grazie all’azione di Angelo sono usciti molti pezzi sulla contro-inchiesta diretta da Gabriele (Bardazza) su input di Angelo stesso. Oggi anche questo é argomento di discussione.
Come sempre la mediazione della stampa rende la comprensione dei gesti complessa, perché deviata e filtrata.
L’argomento meriterebbe molti approfondimenti. Resta il consueto rammarico per chi tratta la vicenda con un pressapochismo disarmante.
Resta la consueta riflessione: per chi ha studiato il caso Moby Prince ed ha conosciuto i familiari delle vittime questo pressapochismo é un comportamento irresponsabile di difficile tollerabilità.