PERCHÉ “VENTANNI”

“Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che “vivere vuol dire essere partigiani””.
Antonio Gramsci, La città futura, 1917

La notte tra il 10 e l’11 aprile 1991 avevo dieci anni, abitavo a Livorno e dormivo nel mio letto. Cinque chilometri più in là, nello specchio di mare antistante casa mia, avveniva la più grande tragedia della marineria civile italiana. Centoquaranta persone, passeggeri ed equipaggio del traghetto Moby Prince, morivano in attesa di soccorso per cause connesse all’incendio scatenato dalla collisione tra la nave e una petroliera, ancorata in rada a due miglia e mezzo dall’uscita del porto cittadino.
Ricordo la mattina dell’11 aprile: il cielo segnato da lugubri colonne di fumo e la sorpresa di vedere la stampa nazionale interessarsi di Livorno. Ricordo me e mia madre davanti alla carcassa di quel traghetto, così simile ai tanti presi per andare a trovare i parenti, in Sardegna. Quell’immenso essere metallico arrugginito. Muto e spettrale.
Restai distante dalla vicenda per quindici anni. Le manifestazioni dei familiari delle vittime e l’evolversi dell’iter processuale erano solo una delle tante informazioni che circondavano la mia adolescenza. Durante la mia vita scolastica a Livorno, sia nel corso delle Scuole Medie che durante gli anni del Liceo, non ricordo mai un accenno a questa storia. Ricordo ore ed ore dedicate ad una corretta traduzione di un testo greco antico o alla comprensione precisa degli integrali, ma del Moby Prince niente.

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