Relazione Rosati e Borsa

Giuliano Rosati e Giuseppe Borsa consegnano la loro relazione tecnica presso la cancelleria del Tribunale di Livorno il 17 giugno 2009. Sollecitati dai PM livornesi circa alcuni quesiti fondamentali sulla collisione, a margine della loro relazione i due Ammiragli hanno ritenuto di redigere un ultimo capitolo definito “Ipotesi di una possibile concausa” (Relazione Tecnica Rosati e Borsa, p. 35-41).
Nella premessa di tale capitolo spiegano che “ci riesce difficile portare a conoscenza una ulteriore ipotesi priva di fatti documentari certi, ma per onestà intellettuale riteniamo corretto farlo essendo sufficientemente convinti della correttezza tecnica dell’ipotesi stessa”.
L’ipotesi Rosati e Borsa descrive lo scenario di una rottura di uno o più tubi vaporizzatori all’interno della camera di combustione dell’impianto caldaie dell’Agip Abruzzo.
L’impianto era composto di due caldaie a tubi d’acqua che dovevano alimentare alcune utenze e servizi tra i quali un turbo alternatore per la produzione di energia elettrica. Le caldaie a tubi d’acqua erano composte da una camera di combustione, entro la quale veniva bruciato il combustibile. Il calore così prodotto faceva vaporizzare l’acqua all’interno delle tubolature che aderivano alla superficie esterna della camera di cambustione creando così vapore acqueo che veniva raccolto nel collettore superiore e così inviato alle utenze. Scrivono Rosati e Borsa che “i gas combusti dopo aver trasmesso calore, passando attraverso tubolature di scarico venivano espulsi dal fumaiolo” (idem, p.35).
L’ipotesi degli Ammiragli é che a seguito della rottura di uno o più tubi vaporizzatori, all’interno della camera di combustione, sia entrato del vapore acqueo entro la camera di combustione. Questo ha prodotto un’alterazione della combustione canonica, che prevede un corretto miscelamento del combustibile con l’aria (comburente). A questo punto “l’incombusto seguiva le condotte di scarico mescolandosi con il vapore e completava la sua combustione all’uscita dal fumaiolo ritrovando l’ossigeno necesssario, producendo modeste ed intermittenti lingue di fuoco” (idem).
In conseguenza di un banale incidente di questo tipo, con un tubo vaporizzatore rotto per soli 10 minuti, il vapore all’uscita del fumaiolo dell’Agip Abruzzo avrebbe saturato l’aria esterna producendo una quantità di “nebbia” valutata in circa 74000 metri cubi.
Concludono Rosati e Borsa “in breve tempo tutto il lato destro della nave (sottovento) veniva completamente avvolto da una fitta cortina di condensa riducendo drasticamente la visibilità ad un osservatore posizionato a destra della nave” (idem). Questa ipotesi trova riscontro, secondo i due consulenti, nelle testimonianze di Thermes, Olivieri, Bergonzi, Parente, Bagnoli, Teodori, De Luca, Ricci Stefano e Fazzari che “osservavano prima del disastro, da varie posizioni sul lungomare prospiciente, un alone biancastro sopra alla nave, bagliori rosso arancioni o fiammelle o tipo un lanciafiamme con variazioni di intensità, prima e dopo che la nave sparisse alla loro vista” (idem).
Aggiungono Rosati e Borsa “si ritiene utile sottolineare che il fenomeno riportato avrebbe potuto rendere difficile l’individuazione dell’Agip Abruzzo anche al radar del Moby Prince a causa della possibile formazione di luminosità diffuse sullo schermo (PPI) (idem, p. 36). Nelle considerazioni finali i due tecnici concludono “l’avvenimento proposto, non materialmente dimostrato in quanto non sono stati reperiti negli atti processuali esiti di ispezioni tecniche effettuate sull’Agip Abruzzo dopo il disastro, accompagnato dalla possibile simultaneità dell’arrivo della nebbia da avvezione, avvalorerebbe la non visione da parte della plancia del Moby Prince dell’ostacolo che stava sulla sua rotta” (Relazione Rosati e Borsa, p. 37).