Antonio Rodi

Il cadavere di Antonio Rodi fu trovato sul ponte di prua completamente carbonizzato. Un filmato realizzato dall’elicottero dei carabinieri, intenti a sorvolare il relitto del Moby Prince alle 7 del mattino dell’11 aprile 1991 (otto ore e mezzo circa dopo la collisione), mostrava però il corpo di un uomo sdraiato supino, Antonio Rodi per l’appunto, ancora integro e con i vestiti altrettanto integri ancora indosso. La sentenza di primo grado, forte della perizia realizzata dai Consulenti Tecnici del Pubblico Ministero Prof. Bargagna e Dott. Bassi, valutò che la situazione non avrebbe dovuto “destare meraviglia. Tenuto conto che l’incendio a bordo ebbe fasi alterne dopo che erano iniziate le operazioni di spegnimento e che hanno luogo ordinariamente in casi del genere fenomeni connessi alla combustione tardiva delle parti molli, fenomeni riconducibili alla cosiddetta “autocombustione””.
In forza a tale perizia la sentenza definì che il caso Rodi non consentiva di “ritenere che una o più persone perite sul Moby Prince abbia avuto un tempo di sopravvivenza maggiore di quello indicato nella consulenza predetta” (Sentenza di primo grado processo Moby Prince, p. 638-639). Un tempo valutato dai consulenti come di massimo “30 minuti” (Tribunale di Livorno, procedimento n. 541/91, Sentenza di primo grado processo Moby Prince,, p. 648).