Esplosione sul Moby Prince

Nei giorni immediatamente successivi all’attracco del Moby Prince in porto, dopo la conclusione delle operazioni di spegnimento di tutti i focolai presenti nel traghetto, la polizia scientifica avviò i primi sopralluoghi all’interno dello scafo. Nel corso di uno di questi, all’interno del garage di prua, fu notata “una grossa lastra metallica totalmente divelta dal pavimento e bombata verso l’alto” (Verbale relazione Polizia Scientifica, p.13).
Sopra alla lastra fu trovato “un autocarro” con “la cabina e il cassone, con resti di barca, completamente schiacciati. La cabina é addirittura appiattita tanto da risultare pressoché inidentificabile. Sul soffitto sovrastante la cabina dell’autocarro, corrispondente al ponte di prua, si osserva uno squarcio presumibilmente prodotto dal violento impatto dello stesso autocarro proiettato verso l’alto. Il soffitto é posto ad un’altezza di circa 5 metri” (idem).
La grossa lastra metallica si trovava a copertura del locale Bow-thruster, dove risiede il motore elettrico che aziona le eliche di prua e, fu annotato dalla Polizia scientifica “tale lastra, presumibilmente, era imbullonata al pavimento”.
A seguito di tali rilievi fu dedotto che quello scenario fosse l’effetto di un’esplosione e l’autocarro, che era stato portato sul Moby Prince dal figlio di Paola, poteva essere una potenziale sorgente di scoppio.
Il PM Luigi De Franco, in sede di indagini preliminari, ritenne così di verificare le tesi riguardanti l’esplosione attraverso la perizia di un Consulente Tecnico specializzato: il dottor Alessandro Massari, allora in forze al Servizio Polizia Scientifica della Direzione Centrale di Polizia Criminale e responsabile a livello nazionale della parte chimica della Polizia Scientifica.
Nella sua relazione depositata in sede di inchiesta formale – e quindi relazione ministeriale – il 26 febbraio 1992, Massari riferiva di aver effettuato “il prelievo di 20 reperti, di averli “lavati” con acetone in modo da solubilizzare i residui di eventuale sostanze di natura organica; di aver filtrato le soluzioni acetoniche così’ ottenute, di averle concentrate sottovuoto a temperatura ambiente e quindi analizzate sia singolarmente sia in miscela”. Tali soluzioni furono sottoposte a quattro tipologie di analisi.
Le prime tre (reazioni colorimetriche del tipo qualitativo, cromatografia su strato sottile – TLC – e microscopia elettronica a scansione automatica abbinata a micro sonda a dispersione di energia) non rilevarono “la presenza di elementi significativi rispetto alla presenza di tracce di esplosivo”, mentre l’ultima, “la gascromatografia/spettrometria di massa – SC/MS – mediante analisi con acquisizione globale e mirata” individuò la presenza di TNT(trinitrotoluene), DNT (dinitrotoluene) e di NG (nitroglicerina)”. Alla luce di tale risultato Massari effettuò un approfondimento di indagine mediante varianti della gascromatografia e pervenne alle seguenti conclusioni riportate a pagine 26 della sua relazione “I dati analitici ottenuti con le diverse tecniche hanno permesso di identificare i seguenti composti: NH4NO3 = Nitrato di Ammonio; EGDN = Etilenglicoledinitrato; NG = Nitroglicerina; DNT = Dinitrotoluene; TNT = 2,4,6, Trinitrotoluene; PETN = Pentrite; T4 = 1,3,5,trimetilene 2,4,6 esaciclotrinitrammina. I primi cinque sono tipici di composizioni esplosive ad uso “civile”, denominate come Gelatine-Dinamiti, mentre gli ultimi due sono presenti soprattutto in esplosivi militari e in plastici da demolizione (SEMTEX H). Questa prima ipotesi però non é la sola possibile, anche se certamente la più probabile, in quanto i 7 componenti identificati potrebbero anche provenire da più di due miscele esplosive”.
Questi composti furono trovati in quantità “inferiori ai limiti strumentali”, quindi in minima porzione, ma Massari chiarì che ciò poteva riferirsi al fatto che il locale era stato lavato dai Vigili del Fuoco il 12 aprile 1991. La medesima giustificazione fu data da Massari quando, sollecitato da alcune domande precise provenienti dai C.T. di parte, precisò di non aver trovato alcun resto di detonatore o altro sistema di innesco.

L’ipotesi bomba divenne così un elemento centrale dell’inchiesta formale ed a seguito dei risultati presentati da Massari fu richiesta una duplice consulenza per rispondere a due quesiti centrali: l’esplosione avvenuta nei pressi o all’interno del locale eliche di prua poteva aver causato direttamente la collisione andando ad alterare gli organi di governo della nave? E infine, quanto rilevato dalla Polizia Scientifica era, sulla linea di Massari, l’effetto di una detonazione da esplosivo solido oppure uno scenario conseguente ad una deflagrazione da gas?
Il primo quesito fu posto al R.I.NA. (Registro Italiano Navale), il quale dichiarò l’esplosione estranea ai danni riscontrati agli organi di governo, perché attribuibili all’incendio, e soprattutto sottolineò come qualora lo scoppio fosse avvenuto prima della collisione avrebbe avuto unicamente un effetto “psicologico”, poiché il salto del camion aveva provocato uno squarcio sul ponte e pertanto dalla plancia potevano aver osservato una fuoriuscita di fumo.
Il secondo quesito, quello atto a confermare o confutare la tesi Massari sull’esplosione da solido, fu invece posto a MARIPERMAN, la Commissione Permanente per lo studio dei Materiali da Guerra della Marina Militare. Con la relazione 7895 dell’Istituto di Chimica degli esplosivi di MARIPERMAN arrivarono le prime risposte convergenti su una sola tesi: i danni erano dovuti a deflagrazione, da gas, e non a detonazione da solido, come ipotizzato invece da Massari.
Quest’ultimo fu sentito dai giudici il 23 febbraio 1996, a quattro anni dalla prima relazione, e in tale occasione tornò a sostenere la sua ricostruzione. L’esplosione da solido avrebbe avuto come scopo “non una strage” ma l’arrecare “danni alla nave”, poiché sia il quantitativo supposto della carica, sia la collocazione non avrebbero in alcun modo inficiato la navigazione. Infatti, oltrepassati i 4 nodi di velocità l’elica di prua non viene più azionata dal governo della nave. Per Massari tuttavia questo scoppio avrebbe portato la plancia del Moby Prince al valutare un ritorno in porto e quindi una virata di 180°.
A conclusione di questo lungo scontro peritale i giudici valuteranno la perizia Massari come viziata da una suggestione del suo autore, “probabilmente affascinato dalla prospettiva di uno scoop investigativo” (Sentenza di primo grado, p. 224). Sul piano dell’esplosione furono portati a sostegno di questa idea le perizie MARIPERMAN e R.I.NA, mentre sul piano della ricostruzione segnata dallo scoppio di solido pre-collisione, furono elencate numerose incongruenze: l’assenza di ricordo del superstite Bertrand rispetto quantomeno ad un annuncio della plancia circa il rientro in porto, se non anche la memoria dell’esplosione stessa da parte del testimone oculare, e soprattutto l’assenza di comunicazioni radio da parte della plancia del traghetto sulla volontà di tornare verso il porto a seguito dell’esplosione. Unico mistero ancora inesplorato la presenza di quelle sostanze esplosive nel locale eliche di prua, sulla quale i giudici di primo grado segnaleranno unicamente di “non avere una risposta”. Unico ad averla tentata il CT di parte Del Bene, che in dibattimento segnalò di riferire la provenienza di tali residui riferibili ad esplosivi illegali per la pesca precedentemente trasportati sul traghetto.

I magistrati livornesi che si sono occupati dell’inchiesta-bis hanno richiesto nuovamente a Massari un commento circa questa deduzione conclusiva (quella sugli esplosivi illegali per la pesca) ottenendo come risposta che quel tipo di esplosivo non é riferibile alla “categoria” del tipo di esplosivo che contiene le sostanze chimiche da lui rilevate [Dichiarazioni rese da Massari Alessandro in data 30 Novembre 2006].