Giuseppe Tagliamonte

Giuseppe Tagliamonte, fratello di Giovanni, marinaio trentottenne deceduto nel Moby Prince, l’avevo sentito telefonicamente mesi prima durante la ricerca dei protagonisti. La sua storia, fatta di un grande attivismo civile nei primi anni, seguita da una scomparsa totale dalla scena, aveva attirato la mia attenzione. Michele poi era affascinato dall’idea di trovare un familiare delle vittime napoletano, magari per giunta lavoratore attuale su navi della Moby Lines. Giuseppe Tagliamonte mi rispose su facebook dopo circa venti giorni dal mio primo contatto. Riuscii ad avere il suo numero e lo chiamai.
In un’ora e mezzo di conversazione mi raccontò del suo senso di impotenza nei confronti di quella vicenda per cui arrivò ad incatenarsi davanti al Tribunale di Livorno, nel 1997.
“Lo feci anche un po’ in polemica con Loris ed il resto del Comitato. Perché per me ci volevano gesti più forti. Stavano dissequestrando il Moby Prince e noi dovevamo fare qualcosa”1. Si era fermato, perché? “Perché non c’era niente da fare …” una pausa “poi tu devi capire … io sono stato tra gli ultimi ad accettare il risarcimento, all’inizio potevamo essere tanti, ma qui da noi non c’é lavoro…” altra pausa “qui da noi anche se é brutto dirlo il morto serve anche da morto. Per una famiglia che ha perso il capofamiglia mettersi dentro un processo … anni … tanti soldi … per niente … invece firmata la quietanza, si prendeva qualcosa che magari ti faceva vivere … qualcosa per vivere …”.