L’AQUILA. 5 APRILE 2011

È una scena commovente. Dopo vent’anni, tagliato da una luce gialla e illuminato dalle torce, quest’uomo di cinquantacinque anni tira fuori il simbolo della sua lotta e lo porge a Giacomo per srotolarlo. Nel momento in cui lo fa sembra cristo in croce. C’è tutta la dignità della sua vita in quel momento. C’è un dolore sordo e la dignità della lotta per farlo finire. Una donna legge lo striscione e dice “come mai il Moby Prince qui?” e lui le replica “perché ancora da vent’anni non abbiamo ottenuto giustizia signora”. La rispetta, nonostante tutto.
Partiamo e dopo poco arrivano due ragazzi ad intervistare Giacomo. Dall’altra parte dello striscione Giacomo risponde. Sento nelle cuffie “i responsabili Renato Superina, Sergio Albanese, Vincenzo Onorato”. Fa i nomi Giacomo, non ha paura. Li fece anche la magistratura ma il reato era prescritto. Lui li fa adesso. Come mi disse Loris “il dolore non va in prescrizione”.
Il corteo è lungo, lunghissimo. Ad un certo punto Michele è soddisfatto delle riprese e mi consente di fare quello che volevoda prima: aiutare Loris a reggere lo striscione. Viene anche lui e viene anche Mirko. Pochi minuti prima mi ero sentito in colpa. Avevo pensato, in vent’anni io non ci sono mai stato. Loro avevano bisogno ed io non c’ero. Anni di adolescenza, pomeriggi buttati via nel niente. Potevo esserci e vorrei chiedergli scusa, ma lui prima capirebbe e poi mi prenderebbere per il culo per sei mesi. Ora siamo lì insieme, teniamo lo striscione e camminiamo. Siamo dietro quel simbolo della loro lotta per sostenerla. Farli rifiatare.
Dico a Loris “quante volte l’avete dovuto portare da soli?” e lui mi risponde.
“Poche. Alla fine si andava io e Enzo. Altri poi ci aiutavano”.
Penso ad Angelo e mi viene in mente che anche lui potrebbe stare dietro quello striscione. Vorrei averlo lì, farglielo toccare. Dirgli che quello striscione è anche lui. Ci sarà tempo per farlo.

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