L’AQUILA. 5 APRILE 2011

Arriviamo presto ad un grande tendone, nella Piazza del Duomo. Vedo i furgoni Rai. Noi passiamo e nessuno riprende. Non è questo quello per cui sono venuti e questo è il motivo della mia idiosincrasia per i giornalisti. Dentro il tendone ci sono sessanta settanta persone. Tutti familiari di vittime di tragedie italiane: Viareggio, San Giuliano di Puglia, Casalecchio di Reno, Casale Monferrato, Torino … Iniziano a parlare e senti la voce di Dio. Quella rabbia umana, l’assenza di vendetta ma il bisogno di giustizia.
Loris prende la parola dopo Daniela, il cui discorso è stato toccante e di grande forza. Ha raccontato di un incontro con Deborah Serrachiani al Parlamento Europeo. L’astro nascente della politica, con lei, ha sbagliato le parole. Non ha intercettato il suo dolore e Daniela se l’è presa. Lo capii all’inizio della ricerca che quando parli con un familiare di vittime di tragedie di questa intensità non puoi sbagliare. L’errore, il pressapochismo, il tentativo di inquadrarli/le o limitarli/le, è il più grande dei peccati. Meglio non stare lì con loro che non ascoltarli. Questo penso io. Se è meglio che tu stia zitta, taci. Se vuoi parlare, prima ascolta. Daniela voleva far vedere a Deborah Serracchiani la foto di Emanuela, la figlia deceduta nella strage del 29 giugno 2009. “Una madre tiene sempre la foto della figlia e lei mi ferma e mi dice “signora non importa, io capisco il suo dolore”. L’ho guardata e le ho detto: no lei non ha capito proprio niente”.

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