LORIS

“Come ogni notte lavorativa vado al buffet di stazione a prendere un caffè, esco e la vedo: “ciao Liana, cosa ci fate da queste parti, come mai a terra?”. “Stasera non siamo partiti, abbiamo fatto un giro, questo é Ciro, Lei é Tatiana”, fatte le presentazioni, un saluto furtivo, poi al lavoro, era il 9 Aprile del 1991, l’ultima volta che avrei visto lei e le sue amiche. La sera dopo ancora al lavoro, dopo le 23 c’e qualcosa di strano nell’aria il cielo é rossastro, un rosso che sa di fumo l’odore acre col passare delle ore aumenta, ma nessuno sa niente […] Sono passate le 3 quando arriva la prima edizione del “Tirreno”, ne prendo una copia vado in ufficio senza guardarlo, entro e lo apro, per un attimo, un solo attimo, il terrore ti assale, non é possibile, non può essere vero, “Giovanna, leggi te il Moby Prince, é bruciato? Sono morti? Devo andare a casa” […] Dove vado, prima telefono a casa, cosa dico, quali parole uso, e a mamma, cosa dico a mamma “Elena, vesti il bimbo, arrivo subito, il traghetto… fiamme…Liana” usciamo di corsa, l’aria é pesante, cosa dico? […] le scale in un attimo, “sei pronta?”, “si, ma cosa é successo?” “non lo so, non ho capito, il Moby é bruciato, ci sono i nomi i nomi dei morti sul giornale, ma ho telefonato in questura, forse qualcuno é salvo, andiamo dai dobbiamo dirlo a loro”. Il tragitto verso il porto é irreale, pochi attimi e siamo prima davanti alla questura, chiedo e il poliziotto risponde, “sono tutti morti, una tragedia”, ecco ora devo veramente cercare di non urlare, di trattenere l’angoscia, “andiamo, andiamo” le parole, cercare le parole, un attimo e suono al portone, perché non aprono, non posso svegliare tutto il palazzo “sono io babbo apri il portone” “cosa ci fate voi qui, sta male il bimbo, cos’é successo” “no il bimbo sta bene, Liana…, il traghetto.. andiamo al porto… mamma stai calma, vestiti andiamo al porto a vedere.. mamma per favore svegli tutto il palazzo… andiamo vèstiti” ma i vicini aprono le porte “Liana… Liana… Lianaaaa” andiamo di corsa, ambulanze, tantissime, l’aria é irrespirabile, ci ripariamo dal freddo nel portone degli uffici del Neri, babbo sale vuole sapere, io non riesco a stare dentro, ma fuori é quasi deserto, il silenzio, il fumo che ti fa quasi tossire, e la volontà di svegliarti da un brutto sogno, non ci sono notizie, solo un tizio con la giacca della protezione civile continua a dire “sono tutti morti, bruciati” ma chi é quel cretino, chi lo ha fatto venire, che ne sa lui, qui a terra, loro sono in mare, perché non sta zitto, “mamma non uscire, c’é fumo fa freddo, tieni il bimbo in collo, attenta che non si svegli, Elena falla stare dentro, nò, nessuno sa niente […] la Capitaneria si anima, si vedono alcune divise “no, nessuna notizia” com’é possibile che non si sappia niente, sono quasi le sei, e il tizio con la giacca della protezione civile continua, “guarda che sono tutti morti, io lo so””

LORIS RISPOLI, Affinché la memoria non muoia, p.1-2

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