Manichetta innestata sull’Agip Abruzzo

Il 14 aprile 1991, tre giorni dopo l’incidente, i Vigili del Fuoco di Livorno salirono sulla petroliera Agip Abruzzo per un sopralluogo. Nel corso di quest’ultimo ritrovarono una manichetta carbonizzata accanto al portellino butterworth della tank 6, insolitamente lasciato aperto.
Il portellino butterworth é un ingresso di 31 cm dal quale si immettevano idroventilatori o per l’appunto macchinette butterworth – marchio per impianti di pulizia delle cisterne – con lo scopo di svolgere lavaggi addizionali della cisterma o rendere l’atmosfera idonea alla presenza di persone. Secondo quanto testimoniato dall’equipaggio dell’Agip Abruzzo la tank 6 era normalmente utilizzata per il carico del greggio da raffinare, mentre la tank n° 7 – quella nella quale andò ad infilarsi il Moby Prince – era comunemente utilizzata come “slop”, ovvero come cisterna destinata alla raccolta delle acque di sentina.
In quel periodo purtroppo fu realizzata un’inversione di destinazione e la tank n° 7 fu utilizzata come cisterna da carico del crude oil (petrolio da raffinare mantenuto per il lavaggio delle cisterne stesse), mentre la tank n° 6 fu destinata a slop e, stando a quanto riportato nei documenti di carico, conteneva unicamente “residui di carichi precedenti e alcune decine di metri cubi di acqua di sentina” (Tribunale di Livorno, Richiesta di archiviazione inchiesta bis Moby Prince, p. 65).
In relazione alla presenza della manichetta bruciata e del portellino butterworth aperto scrivono i procuratori livornesi: “dal momento che la slop 7 era piena di crude oil per il lavaggio, non vi potevano essere immesse nell’occasione le acque oleose di sentina, per lo scarico delle quali, accumulatesi durante la navigazione dall’Egitto, il porto di Livonro si era reso disponibile […]. Poiché la tank 6 non era istituzionalmente adibita a tale tipo di operazioni, non c’era un collegamento diretto con le pompe della sentina della sala macchine: dunque fu escogitato il sistema di collegare, stendendo una manichetta, la sala macchine alla suddetta cisterna in modo da scaricarvi le acque oleose di sentina; e il giorno dell’incidente la cisterna 6 centrale era stata avviata per il travaso delle acque della sentina di macchine, che avrebbero dovuto essere poi scaricate […] si tratta di procedure non disciplinate né previste ufficialmente, ma riferite come usuali da tutte le persone interpellate: e, secondo queste ultime e la valutazione espressa dall’Ing. Andrea Gennaro – consulente del P.M. nel presente procedimento – assolutamente non pericolose. […] Secondo quanto si apprende dalle dichiarazioni del tankista (Sergio Mezzina ndr), costui si ricordò pochi minuti dopo lo scoppio dell’incendio di non aver chiuso il portellino butterworth della tank 6 centrale. Si recò, quindi subito a cercare di chiuderlo dopo aver sfilato la manichetta che vi era stata inserita, ma senza riuscirci a causa dell’elevata temperatura” (idem p. 65).

Questa ricostruzione vanificò una delle tesi iniziali sul ritrovamento della manichetta bruciata, tesi che si poggiava sull’idea che tale reperto testimoniasse delle operazioni di contrabbando di greggio operate da una bettolina. L’insostenibilità di questa tesi si deve anche al fatto che la manichetta, per la sua conformazione, avrebbe reso impossibile operazioni inverse a quelle di scarico e soprattutto il contenuto della tank n°6 rappresentava evidentemente un carico (residui di greggio, acque oleose di sentina, colaggi di pompe) inappetibile su qualsiasi mercato nero.

Vale la pena segnalare che, a prescindere dalla motivazioni segnalate da Mezzina, la presenza di una tank non inertizzata su una petroliera é fenomeno quasi impossibile a causa della altissima pericolosità della situazione.