TRENTO. RACCONTARE L(A FINE DI UN)’AVVENTURA

Io non credo ai racconti. Non credo alla parola che mette il punto, come al film di finzione che pretende di darti delle certezze assencondando unicamente la testa di chi lo ha ideato. Io credo nella capacità della verità di avvicinarci al senso profondo della nostra esistenza. Di prendere il nostro ordine mentale e costringerlo a continui rimodellamenti e questa differenza sta producendo l’ennesima frattura con Michele. Oltre al non trovarci sui modi, i tempi, le aspettative tecniche ed economiche, ci sta dividendo la verità di Ventanni.
A me non interessa vincere i festival con un prodotto estetico. A me interessa la verità. Inclusa quella del mio sentire che é possibile e doveroso avvicinare i familiari del Moby Prince per aiutarli a trovare una via comune. Per riportare definitivamente l’equilibrio giusto in questa storia. La mia vittoria sarebbe la fine di quella commemorazione. Di quel funerale della giustizia. Io trovo intollerabile tutto questo e non posso accettare l’idea che questa gente sia ancora lì tra trentanni, senza verità, a dover fare un corteo per essere ascoltata; almeno un giorno l’anno. La verità potrebbe liberare quel dolore. Unirli. E dare loro la forza di trovare insieme le risposte mancanti.
Finalmente mi libero. Io sono stanco. Sono enormemente stanco di tutto questo dolore. Lo sento sulle spalle e dentro di me. Lo sento ad ogni angolo delle strade. Nelle case. Troppo spesso per potervi andare oltre. Io voglio aiutare Loris, Angelo, Giacomo, Ivanna, Mauro e tutti gli altri a chiudere questa lunga storia di infelicità e costruire un domani migliore. Lo pretendo. Per me e per queste persone. Sono stanco di riconoscere la grandezza umana della condivisione del dolore. L’eroismo di Loris e Angelo nell’andare avanti: affinché la memoria non muoia, affinché il giusto processo arrivi. Io voglio aiutarli a vincere la loro battaglia perché una battaglia persa può essere persa con eroismo ma sempre persa resterà. E tutto questo lo trovo inaccettabile. Io ritengo inaccettabile il Moby Prince ed i suoi vent’anni. E quella che sto tracciando é la strada per superare questo equilibrio intollerabile.
Michele mi guarda e medita. Ho pensato a voce alta e la sua espressione sembra dirmi che tutto questo é forse lodevole ma assurdo. Infondo dovevamo fare solo un documentario e nella sua mente io avrei dovuto occuparmi esclusivamente di garantire la realizzazione di un prodotto commercialmente importante. Il primo di una serie. Trovare uno spazio per noi e, forse, anche lui, all’interno del sistema del documentario: produrre altro, produrre ancora. Queste idee, queste motivazioni, possono essere interessanti, ma non c’entrano con quello che sembra essere il suo scopo. Uno scopo forse inevitabile.

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