TRENTO. RACCONTARE L(A FINE DI UN)’AVVENTURA

Cinque giorni dopo quel momento di consapevolezza ripenso a ciò che é successo. La parte finale del workshop “Raccontare l’avventura” poteva servire per lo sviluppo del progetto. Ma soprattutto secondo Michele sarebbe servita a me per capire di più il suo mondo, il mondo della produzione filmica di documentari. Così é stato. L’ho capito di più. E per questo scelgo di distanziarmene.
Sono stati quattro giorni intensi. Ciascuno dei dieci progetti di documentario proposti é stato sviscerato e rivoltato. Sono stato attaccato, corretto, sorretto dai compagni di viaggio. Il primo giorno presento il documentario e mi dicono “non ci siamo” “non c’é la storia” “io non capisco”. Sbagliano i nomi dei protagonisti. Sbagliano le date. Del Moby Prince infondo interessa veramente a pochi. Pochissimi. Mi dicono “vediamo se riusciamo a sgretolare il granito”. Io rispondo “impossibile”. Michele é una presenza assente. Uno dei suoi ex tutor ad un certo punto mi punta e dice “noi avremmo voluto sentir parlare il regista”. Il “regista” non saprebbe di cosa parlare, mancano contenuti e capacità d’esposizione ed é qui solo perché ho messo davanti il noi allargato ad altro, ma catalogare l’anomalia come un errore per molti é sempre la corsia preferenziale.
A Trento ritrovo Vitti e Mario e con loro Stefano, il fratello di Mario. Hanno una grande storia cui sono legato. Parlano di privatizzazione dell’acqua in Patagonia. Nella Patagonia Cilena. Gabriel é là in questi giorni e da sempre mi ha detto “il Cile é il paese più neoliberista del mondo”. Dopo il colpo di Stato contro Allende e l’Unidad Popular, Pinochet chiamò o fu chiamato dai Chicago Boys. I Chicago Boys sono “quelli della scuola di Chicago”, economisti neoliberisti in necessità assoluta di passare dalla teoria alla pratica. Quale caso migliore di un paese appena liberato dal pericolo socialista? Su loro indicazione Pinochet firmò decreti di privatizzazione di tutto: acqua, strade, beni, servizi. In pochi anni tutto diventò di qualcuno e nel 90% dei casi “qualcuno” era più o meno “non cileno”. Tra questi l’ENEL. L’ENEL che, con una partecipata, ha l’acqua della Patagonia e vuole farci delle dighe per portare l’energia a 2.000 km di distanza: nelle miniere di rame più grandi del mondo. L’acqua della Patagonia Cilena é di un’impresa italiana che la vuole utilizzare per produrre un’energia da portare nelle miniere cilene dove si estrae il rame cileno con cui si fanno prodotti – tra cui le monete – richiesti dai paesi di tutto il mondo.

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