TRENTO. RACCONTARE L(A FINE DI UN)’AVVENTURA

É colpito ma vuole spiegarsi e trovare risposte “sì ma France l’idea era la mia”. “Certo che l’idea era tua, ti ho chiamato per partecipare ad un documentario sul Moby Prince, a tavola abbiamo parlato e hai detto che sarebbe stato interessante fare un film umano sui familiari delle vittime. Bello. Bene. Ma come ha detto lui questa cosa qui non ha nessun valore se non la concretizzi. Perché cosa vuol dire? Allora io voglio fare un film umano su Saviano. Ad una produzione può bastare? “Che film su Saviano?”, mi direbbe, “come?” “chi riprendiamo?” … noi non siamo assolutamente soddisfatti, non siamo assolutamente soddisfatti”.
Ci guardiamo, lui ribatte “io France ve l’avevo spiegato che il film l’avevo in testa, non lo so scrivere, raccontare, va bene, ma siete voi che non vi siete fidati e avete voluto fare il tuo film”.
Tuo, mio, siamo a questi livelli. Resto allibito: “ti ho messo davanti tutti i lavoratori di questo progetto perché tu spiegassi cosa avevi in testa e nessuno l’ha capito, io un’idea di cosa fare ce l’avevo e per questo stiamo seguendo quella. Cosa dovevamo fare?”.
Lui sospira. “France questo é un film lungo, la ricerca … io ho bisogno di stare un mese accanto ad uno, vivere lì, per capire cosa fare … questi film si realizzano in tre anni. Poi io te l’ho detto che ci siamo fermati troppo presto con la ricerca. Ci siamo fermati a Loris. Non siamo andati a Torre del Greco. Magari lì si trovavano delle storie più interessanti. Te l’avevo detto. Magari si trovava il marittimo che ha perso il familiare sul Moby e ora lavora per loro”.
La testa insegue i ragionamenti. Sono disorientato. Abbiamo partecipato ad un bando, dobbiamo consegnare il lavoro entro un anno e lui parla di tre anni di realizzazione. Poi “ci siamo fermati a Loris”. Ma come é possibile dire delle cose del genere? Il marittimo che ora lavora per loro? Sono tutte fantasie.
“Miche io ho chiamato a Torre del Greco Tagliamonte, c’eri anche te quando sono stato due ore al telefono. Poi l’ho risentito. Non é uscito nulla da lì. Come fai a dire che avremmo trovato un marittimo che ha perso qualcuno sul Moby e ora lavora per loro? Non esiste. Lo pensi tu, ma non l’hai né cercato, né trovato”.
L’incrocio largo di Via Rosmini continua a brulicare di ordinati passanti ed automobilisti. Michele é spazientito, con un misto di rassegnazione e garbo. Per lui io sono quantomeno uno che non se ne intende. Avrà anche dei difetti, ma resta il professionista. Conosce quel mondo. Anche se é al momento solo un ex-studente di una Scuola di documentario prestigiosa.

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