Video Canu

Con il nome di “Video Canu” si fa riferimento comunemente ad un nastro audiovisivo di proprietà della famiglia di Angelo Canu, ritrovato in una borsa repertata nel corso dell’esame del cadavere di Alessandra Giglio, la moglie del primo.
I Canu, marito moglie e due figlie piccole (Sara e Ilenia, quest’ultima di solo un anno) stavano andando in Sardegna per far conoscere la nuova arrivata ai nonni paterni.
Il nastro recuperato mostra alcune immagini girate prima della partenza del Moby Prince e successivamente ad essa.
Un particolare da sempre oggetto d’inquietudine é l’ultima sequenza del filmato che mostra i Canu dentro la propria cabina intenti a preparsi per la notte, fino all’insorgere di un rumore cupo e sinistro cui segue l’interruzione repentina delle immagini.
Il reperto, valorizzato nel corso dell’istruttoria dibattimentale per confermare la tesi dell’esplosione nel garage del traghetto (per la precisione nel locale bow-thruster), fu oggetto di un grande dibattito tra i magistrati e gli avvocati di alcune parti civili a processo. Ragione di tale dibattere il fatto che in una annotazione datata 24 gennaio 1992, l’ispettore della Polizia Scientifica, Gianpiero Grosselle, dichiarò che “la videocassetta aveva parte del nastro adeso, e tale dott. Calcinai avrebbe “tagliato e sfilato” il nastro presente nella videocamera […] così “procurando la perdita del pezzo mancante”. Il nastro fu quindi successivamente riunito in modo artigianale per consentirne la visualizzazione” ” (Richiesta di archiviazione, p.125).
Questa ricostruzione dei fatti fu smentita sia dal dott. Calcinai che successivamente dallo stesso Grosselle, il quale, interpellato a riguardo, dichiarò di non essere stato testimone diretto del fatto ma di esserne venuto a conoscenza tramite un collega presente, tale Bozzoni, al tempo della deposizione deceduto.
Nei fatti il caso della manomissione di tale reperto si esaurì al momento della valutazione di quale porzione del filmato fosse stata realmente compromessa dal ritrovamento. Scrivono a tal proposito i magistrati incaricati dell’inchiesta bis: “Se c’é stata una parte mancante, si é trattato di un piccolo frammento completamente attaccato al congegno di ripresa definito “finestrella”, deformato dal calore e versimilmente non separabile né utilizzabile, la cui visione era probabilmente impossibile e che non avrebbe potuto apportare alcun ulteriore elemento di conoscenza” (Richiesta di archiviazione, p. 127). A prescindere da questo aspetto relativamente controverso, i due elementi chiave del “Video Canu”, oltre alla sua portata emotiva quale straziante documento che attesta gli ultimi istanti di vita della famiglia e di altri passeggeri e membri dell’equipaggio ripresi nel filmato, sono indubbiamente: il rumore finale, che i periti del Tribunale di Livorno dichiarano essere lo “stridio delle lamiere delle due navi che si intersecavano tra loro”, e soprattutto il luogo di ritrovamento.
La famiglia Canu fu infatti trovata nel Salone De Luxe, luogo preposto alla riunione dei passeggeri in caso di pericolo, con vestiti differenti da quelli di preparazione per la notte visibili dal filmato e soprattutto con i giubbotti di salvataggio al collo. La cabina della famiglia Canu non era in prossimità del Salone e pertanto é difficile riuscire a conciliare la tesi di una morte quasi immediata di tutti i passeggeri del Moby Prince quando Angelo Canu e la moglie ebbero il tempo di indossare gli abiti appoggiati per la notte, togliere il pigiama alla figlie, vestirle a loro volta, indossare e far loro indossare i giubbotti di salvataggio e infine raggiungere, con tanto di borse contenenti telecamera, panini e bicchieri, il Salone preposto alla salvaguardia dei passeggeri in caso di incidente. La sequenza di tutte queste azioni ci impone infatti l’idea di un processo lungo e soprattutto compiuto in condizioni di relativa emergenza.